unione sarda lun 8 giugno 2015

(Sergio Naitza, UNIONE SARDA, lunedì 8 giugno 2015)

Gavino Ledda cerca parole per dire l’indicibile

Torna l’autore di Padre padrone che presenta un inedito in dialetto sardo: “il mio ultimo raptus in lingua aristotelica”

«E’ l’ultimo raptus di Gavino Ledda in lingua aristotelica»: così dice di sé e di Su Sonnu de su Tottiéssu, (In sonno sogno del tuttiverso) con la sua voce incredibilmente capace di ammorbidire la lenta inflessione sarda. L’inedito di Gavino Ledda sarà presentato da lui quest’oggi al Salone – ore 12 al Caffè Letterario, e diventerà l’occasione per parlare della sua neonata «Associazione di Lettori». Ma è certo che il nome di questo schivo autore resta legato al dirompente romanzo sul padre e sulla solitudine di figlio che, dopo essere stato ritirato da scuola a sei anni per fare il pastore, arriverà da adulto a studiare fino alla laurea in glottologia e a una carriera universitaria in filologia romanza.  

Cosa sarà mai, questa «lingua aristotelica»? E’ per lui, che ha fatto della glottologia l’arma del riscatto dal padre padrone, il limite di ogni parola: «Io che ho avuto per madre la natura nel vero senso della parola – spiega – so bene che gli agnelli e l’erba e i sassi erano più belli nelle valli di come li ho descritti nel mio libro. Di come lo siano in qualunque libro, in qualunque libro». E vorrebbe riformare, o meglio creare una lingua nuova capace di stare al passo con la pregnanza e la forza della realtà. «Voglio darmi una parola diversa. Anche per questa ragione ho scritto poco in vita mia. E ho studiato tanto». 

Padre padrone è uscito esattamente quarant’anni fa per Feltrinelli; è stato tradotto in quaranta lingue. E’ diventato un film che, sempre nel 1977, ha dato ai fratelli Taviani la Palma d’oro a Cannes. E’ stato, soprattutto, un libro che si è fissato nella mente di chi l’ha letto con una forza disturbante. Una vicenda in cui l’ingiustizia e la violenza diventano riscatto a denti stretti, con una rabbia che non passa mai e a tanti anni di distanza viene ancora un nodo in gola. Merito della storia, della forza autobiografica di quelle pagine, del rapporto reverenziale che Ledda ha con la lingua, che diventa per lui anche una straordinaria capacità creativa – anche se non ne è contento e vorrebbe creare una lingua tutta nuova. Peccato davvero che sia, che sia stato uno scrittore così «avaro» con i suoi lettori. 

Ma davvero vale la pena rileggere Padre padrone (di cui Baldini & Castoldi, suo attuale editore, aveva esaurito le copie già domenica, al Salone) per provare a capire che cosa resta di quel padre oggi. Solo un pallido ricordo? In questo presente sembra non esistere più, il padre padrone.  

Forse, anzi certamente, sopravvive in altre regioni del mondo. Ma qui, dov’è più? E non c’è più neanche, forse, lo spazio fisico e mentale per quella specie di redenzione che trasforma un pastore analfabeta di sei anni in un cultore della lingua italiana, un poeta dello scavo filologico non fine a se stesso ma in cerca di quelle sfumature di colori e odori di cui ha bisogno per descrivere la realtà. Non resta che provare quest’oggi ad ascoltare la sua viva voce, nella sua lingua. 

(Elena Loewenthal, La Stampa, lunedì 18 maggio 2015)

Ledda vince la battaglia: la casa di «Padre padrone» sarà un centro culturale

Al Caffè Letterario del Salone del Libro di Torino, domani 18 maggio alle 12, Gavino Ledda presenterà il suo ultimo inedito in sardo e in italiano e annuncerà l'acquisto (come aveva anticipato alla «Lettura» tre mesi fa) della casa del Padre padrone (il titolo del suo capolavoro, tradotto in 47 lingue, che quest?anno compie 40 anni) per farne una scuola e un centro culturale. La casa paterna di Ledda a Siligo (Sassari), che i suoi parenti avrebbero voluto vendere al miglior offerente, verrà acquistata da un?associazione culturale formata da lui stesso e da alcuni amici e lettori.All?incontro con lo scrittore e glottologo parteciperanno l?«istrione tragico» Giorgio Masciocchi e i giornalisti Carlo Vulpio del «Corriere della Sera» e Valter Giuliano della «Stampa». Verrà anche proiettato il video Gavino Ledda, la parola nuova elettromagnetica , realizzato da Carlo Vulpio con Lucia Casamassima e Ruben Patella, in cui lo scrittore parla di sé e della sua ricerca linguistica per creare «la parola nuova letteraria». «Le parti del discorso non sono soltanto nove ? dice Ledda ?, ma molte di più. La lingua ha tante particelle che non sono state ancora trovate. Proprio come nella fisica è avvenuto per i quanti. È tempo che Calliope e Planck camminino insieme».

(Corriere Della Sera, Domenica 17 maggio 2015)

Ledda: salvate la casa del padre padrone

Lo scrittore sfida i fratelli e i nipoti e chiede aiuto ai lettori
«Qui fui concepito, non vendetela: sarà luogo di incontri»

Siligo (Sassari)

«Il mio legame con la casa paterna è ancestrale». Chiunque pronunciasse questa frase rischierebbe di scadere nella retorica. Non Gavino Ledda, il pastore analfabeta che diventò scrittore e glottologo e che da allora non ha mai usato una sola parola a caso. Ledda, com’è noto, è l’autore di Padre padrone, un capolavoro della letteratura mondiale tradotto in quarantasette lingue che quest’anno compie quarant’anni e dal quale i fratelli Paolo e Vittorio Taviani trassero l’omonimo film, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 1978.

Gavino Ledda ha settantasei anni, i capelli folti e neri, il fisico asciutto e la parola tagliente. Vive nel paese in cui è nato, a Siligo, nell’entroterra sassarese, dove si trova anche la campagna di Baddevrustana (Valle frondosa) in cui il bambino Gavino venne «deportato» a sei anni da suo padre Abramo e crebbe in perfetto isolamento fino ai dieci, «fratello delle pecore più che dei miei stessi fratelli». A Siligo, in via Vittorio Emanuele 54 (che in realtà ha un doppio nome, perché si chiama anche via Francesco Cossiga), c’è la casa per la quale Gavino sente di avere un «legame ancestrale» e che dopo la morte del padre-padrone-patriarca Abramo (nel 2007, a 99 anni e due mesi) i suoi fratelli hanno deciso di vendere, scontrandosi con Gavino, che invece non vuole, perché quella casa, dice lui, «è la casa del Padre padrone, è un po’ il Colosseo di Siligo e della Sardegna e andrebbe salvata, ristrutturata e trasformata in una scuola, dove non soltanto io, ma anche altri scrittori, musicisti, registi, scienziati possano tenere lezioni, conferenze, letture».

Gavino dice di sentirsi come Orazio Coclite, l’eroe romano che da solo difese il ponteSublicio dagli Etruschi di Porsenna, e racconta che la stessa cosa accadde quando il Comune di Siligo «per un pugno di dollari» voleva trasformare Baddevrustana in una groviera di cave di silicio e lui fu il solo ad opporsi («Andai anche dal procuratore di Sassarie poi i carabinieri del Noe scoprirono che in quelle cave ci sotterravano i rifiuti»), mettendosi contro il Comune e contro la sua stessa famiglia, dato che il sindaco di Siligo era (ed è tutt’ora) uno dei suoi quattordici nipoti, Giuseppina, figlia di Giacomo, il quarto dei sei fratelli Ledda, dei quali Gavino è il primogenito, con tutto ciò che questo significa in una famiglia e in una comunità agropastorale come quella in cui Gavino è nato e cresciuto.

«In quella casa – racconta Gavino, mentre attizza la brace per arrostire le salsicce e riscaldare il pane -, io non sono soltanto nato. In quella casa sono stato concepito. Davanti al fuoco del camino in pietra rossa, un giorno in cui rimasero soli, perché mio padre Abramo e mia madre Maria Antonia non erano ancora sposati, lui non esitò a coddharelei. Coddhare in sardo è un termine forte, richiama un atto deciso, quasi di violenza, anche quando i due sono consenzienti. In italiano potremmo tradurlo con avvinghiare, abbracciare una persona prendendola per il collo, per poi possederla fisicamente».

Questo racconto di Gavino Ledda sulla sua venuta al mondo non è soltanto inedito, è la parte della storia di Padre padrone rimasta dietro le quinte, forse perché è la parte più delicata, quella che ha rischiato di sconvolgere da subito gli equilibri del suo gruppo familiare e della comunità silighese, dato che riguarda il «sangue» e tutto ciò che dal «sangue» è regolato: attribuzione certa della paternità, concepimento e nascita all’interno del matrimonio, imposizione del nome al neonato secondo una precisa gerarchia. «E infatti quando nacqui io – racconta Gavino Ledda -, in un primo momento tutti pensarono che fossi settimino, ma poiché non avevo l’aspetto di un bimbo nato prematuro parenti e vicini cominciarono a sospettare che qualcosa non quadrasse. E allora i miei genitori, invece di chiamarmi Filippo come mio nonno paterno, poiché dovevano pagare il prezzo per la loro “mancanza”, dovettero scegliere un nome diverso. Così mi chiamarono Gavino, che in Sardegna è un santo molto popolare e che francamente mi piace anche di più di Filippo».

Gavino Ledda dice di conoscere suo padre fin da quando era nel ventre materno e di averlo visto per la prima volta in chiesa quando lui, il padre-padrone-patriarca Abramo, sposò sua madre. Dice anche di aver provato rabbia nei suoi confronti, mai odio. E che dopo la sua morte – sembra un paradosso, ma è solo apparente – non ne ha avvertito la mancanza «perché da lui ho avuto molto e senza di lui non sarei stato quello che sono, non avrei pensato come penso». E tra le cose che pensa oggi Gavino c’è la convinzione che la casa paterna non debba essere venduta, né per sessantamila euro, «diecimila miseri euro per ciascun fratello, o forse anche cinquemila se ci mettiamo i nipoti», né per alcun altro prezzo. Questa, dice Gavino, è la sua «battaglia silenziosa» da otto anni a questa parte, la terza battaglia dopo quella – vinta – contro le cave di silicio a Baddevrustana e dopo quell’altra – persa – della vendita della casa, in realtà poco più che una capanna, in cui, sempre a Baddevrustana, suo padre cercò di trasferire tutta la famiglia. Gavino, a differenza dei suoi fratelli, a Baddevrustana era cresciuto e non avrebbe mai voluto che quella casa fosse venduta. Ma il padre fu costretto a farlo, perché i fratelli di Gavino, pur di non finire anche loro «deportati» in campagna, cominciarono ad appiccare incendi intorno, e sempre più vicino, al podere del padre. Abramo capì come stavano le cose, ma non disse mai nulla. Fino a quando senza spiegarne il motivo annunciò che aveva venduto la casa di Baddevrustana. Il significato di quel gesto era chiaro: se non la volete, non l’avrete, perché non ne siete degni.

«Per me – dice Gavino -, fu una ferita profonda. E oggi non voglio che finisca così anche la casa di Siligo, questa sarebbe una ferita insanabile». Quella ferita profonda, Gavino l’ha sanata negli anni, creando un grande orto botanico di sei ettari in cui ha piantato personalmente tutte le specie vegetali dell’Isola (la Regione si era impegnata ufficialmente a farne un parco naturale e letterario, ma poi si è eclissata). Quest’altra ferita invece teme di non poterla curare. E’ vero che è finalmente riuscito a convincere i fratelli a vendere a lui le rispettive quote della casa del Padre padrone, ma è anche vero che quei soldi Gavino Ledda, che campa con il vitalizio della legge Bacchelli, non li ha. Ma spera di farcela, magari con l’aiuto dei suoi lettori («potremmo fare una cooperativa»), ai quali ha promesso una Trilogia, che uscirà in estate, il cui primo racconto ha per titolo L’infiorescenza della luce. Ed è una fiaba.

(Carlo Vulpio, Corriere della Sera, la Lettura, 8 febbraio 2015)

 

Morta la mamma di Gavino Ledda moglie di Abramo, "padre padrone"

Aveva 99 anni appena compiuti e viveva a casa di una delle figlie. Era la moglie di Abramo Ledda, il "Padre Padrone" raccontato nel romanzo dello scrittore di Siligo e nel film dei fratelli Taviani. In un'intervista a Repubblica del maggio del 1996 raccontò della violenza di cui fu testimone: "Se il libro l' avessi fatto io avrei scritto di peggio, Gavino non ha raccontato tutto quello che succedeva, Abramo era troppo severo, non solo con lui ma anche con gli altri cinque figli. Loro hanno sofferto di meno perché erano più piccoli. Gavino ha passato quattro anni da solo con il padre in campagna".

(Unione Sarda, Mercoledì 30 Ottobre 2013)