Gavino Ledda: «Sul set l’altra vita del mio libro»

Lo scrittore parla del rapporto con i Taviani, colpiti dalla storia epica del riscatto di un uomo
di Paolo Curreli

Gavino Ledda

L’incontro avvenne a Firenze: «era il ’76, “Padre padrone” era uscito l’anno prima e io tenevo una conferenza proprio sul libro – racconta Gavino Ledda, nella sua casa di Siligo –. I fratelli Taviani vennero a sentirla, avevano già letto il mio romanzo. Come tanti altri comuni lettori, mostrarono interesse per la storia, come molti altri si avvicinarono per farmi domande e tutto si mise in moto, i diritti, le altre pratiche fino al film del ‘77».
Nel racconto di Ledda appare a prima vista un incontro mediato dal lavoro, piuttosto che un intreccio di personalità o la condivisione di interessi e prospettive artistiche. «Insomma ci fu anche amicizia e curiosità – spiega lo scrittore–. Paolo e Vittorio Taviani vennero in paese, per vedere il mio mondo più da vicino. Furono ospiti a casa mia qui a Siligo, conobbero mio padre Abramo e mia madre Maria Antonia. Una conoscenza e un’amicizia, ma per me non è stata importante più di tanto. L’importante è che si fossero innamorati della storia della mia vita. Una vita difficile, incerta, ma tutto sommato con un esito positivo. Quello che posso dire è che l’incontro è avvenuto dentro la letteratura, se erano interessati alla mia vicenda io ero lì, nel libro. L’arte vive sempre una dimensione egoica, personale, sia per me che per loro».
Il travaso dalla carta alla pellicola è sempre abbastanza insicuro, chi cerca l’illustrazione del libro in genere resta deluso, ma anche qui Gavino Ledda traccia una linea netta tra il lavoro di artisti diversi, come se una volta sceneggiato il romanzo avesse preso un’altra strada, come se fosse un figlio adottato da altri. «Non lessi la sceneggiatura. “Padre Padrone” è nato e ancora resta, purtroppo, un figlio unico – spiega Gavino Ledda–. Un poema epico, la testimonianza di una solitudine inimmaginabile, i fratelli Taviani sono stati colpiti da questa storia, per niente romantica o bucolica ma piuttosto, profondamente epica. Ecco hanno avuto il coraggio di raccontare una vicenda difficile per loro, un universo che non conoscevano, anche se l’hanno vista come una favola. Il rapporto tra il romanzo e il film è quello che esiste tra un nuraghe e una capannetta, proprio per quella grandezza epica del libro. Il primo in assoluto scritto da un pastore, poteva scriverlo un pastore asiatico o di qualunque altra parte del mondo, invece è nato in Sardegna. Ecco la sua unicità sta proprio qui».
Anche i ricordi del set non traspaiono dalle parole dello scrittore. «Saverio Marconi nei panni di Gavino, mi è sempre sembrato calato male dentro lo spirito sardo – sostiene Ledda–. Innestato malamente, è stato più bravo nel fare altro, il regista per esempio. Mentre Omero Antonutti, mi è piaciuto perché più calato nella realtà, più congruo, più attore,dietro la dimensione scandita dai Taviani. Io ero impegnato a scrivere, infatti poco dopo è uscito il mio romanzo “Lingua di falce”». Oltre la scrittura, dopo l’esperienza del film dei Taviani, anche lo scrittore di Siligo si è dedicato al cinema con “Ybris”. «Un’esperienza che può essere capita solo oggi – sostiene Ledda –. Il cinema non è rifiuto della letteratura, ho voluto provare e non mi sono trovato male, perché nel mio vissuto c’è anche l’immagine. Non sono stato capito perché era troppo nuovo, parlava il linguaggio fluido della natura. Ma sono convinto che si potrebbe recuperare. Oltre tutto c’erano delle difficoltà pratiche, la gente arrivava da tutti i paesi per curiosare, un set sotto la cinepresa e uno fuori col pubblico».
Comunque ieri a Roma si sono state spente le 40 candeline per un film che ha fatto la storia del cinema e della rappresentazione della civiltà agropastorale, ricordato col documentario di Naitza. «Non so, nessuno mi ha invitato, ho partecipato al lavoro di Naitza, ma se mi tiene la salute sono pronto per festeggiare i 50 anni del mio libro» conclude Gavino Ledda.

(http://www.lanuovasardegna.it, Paolo Curreli, domenica 5 novembre 2017 )


Dopo quarant’anni ritorna “Padre padrone”

Domani nel documentario diretto dal regista Sergio Naitza il backstage della pellicola Palma d’oro al Festival di Cannes
di Paolo Coretti

Gavino Ledda

ROMA. Il padre padrone del film Palma d’oro a Cannes 40 anni fa era anche un poeta. Abramo Ledda, padre di Gavino, autore del celebre romanzo autobiografico a cui si sono ispirati i fratelli Taviani, scriveva bellissimi versi in logudorese. Ha iniziato a comporre ottave, spinto dalla popolarità del figlio. Lo racconta, insieme ad altri dettagli inediti, «Dalla quercia alla palma. I 40 anni di Padre padrone», il documentario del regista cagliaritano Sergio Naitza, prodotto da Karel/Rai Sardegna, che debutterà domani alla Festa del Cinema di Roma, sezione Riflessi, alle 16. Un’emozionante ricostruzione del backstage della celebre pellicola, Palma d’oro al festival di Cannes, 40 anni dopo.
Naitza – giornalista e critico cinematografico – dà voce ai protagonisti di quell’esperienza memorabile. Nel cast del documentario, Paolo e Vittorio Taviani, Omero Antonutti, Saverio Marconi, Gavino Ledda, Nanni Moretti al suo debutto in “Padre Padrone” e una ventina di comparse. La fotografia è di Luca Melis, il montaggio di Davide Melis.
Sull’onda della memoria frammenti di testimonianze legate alla lavorazione del film fanno riemergere ricordi, persone, luoghi, atmosfere di una esperienza collettiva rimasta nel cuore di tutti. Fra i ricordi emerge un pranzo a Siligo. «Abramo Ledda era a capotavola, c’era anche tutta la famiglia – rievoca Paolo Taviani – ad un tratto disse: “Gavino è un artista, ma non è così difficile. Aprì un cassetto, tirò fuori un quaderno e ci lesse una poesia bellissima che lui aveva scritto». A conferma di ciò arrivano le parole di Gavino Ledda: «Dopo il successo del libro e del film, mio padre ha iniziato a poetare, scriveva in ottave. Praticamente si mise a sfidarmi sul mio terreno, quello artistico, in maniera rispettosa e intelligente. Col tempo ci siamo riconciliati e alla fine ci siamo capiti fino in fondo. Lesse il libro e non si arrabbiò: “Gavino ha detto la verità”, disse. E fu contento anche della versione cinematografica dei fratelli Taviani». E Vittorio Taviani aggiunge: «“Padre padrone” è stato un incontro col mondo, qualcosa di fondamentale nella nostra vita. Appena abbiamo letto la storia di un bambino isolato dal mondo, che a vent’anni anni spacca il silenzio e diventa professore di glottologia per comunicare con gli altri, abbiamo capito che ci rappresentava: perché il cinema è il nostro linguaggio, il nostro modo di comunicare. E in questo film si sono riconosciuti uomini, donne, bambini di tante latitudini del mondo».
«Alla prima al Festival di Cannes – ricorda Omero Antonutti, scelto dai Taviani per interpretare il padre padrone di Gavino Ledda – ci fu un applauso quando mio figlio Gavino si ribella e mi fa cadere a terra. Pensai: questo è un film orribile, è tutto sbagliato. E uscii dalla sala. Un amico mi rincorse e mi disse di tornare dentro. Alla fine gli diedi ascolto. E come è andata lo sapete tutti: fu un successo memorabile». «Padre padrone – aggiunde Saverio Marconi, il Gavino Ledda adulto del film – mi ha segnato moltissimo. Devo tutta la mia carriera e la maturazione sia come attore che uomo di spettacolo a questo film».

(http://www.lanuovasardegna.it, Paolo Coretti, venerdì 3 novembre 2017 )


“Dalla quercia alla palma” al Festival di Roma

Nel documentario di Naitza la storia di “Padre padrone” quarant’anni anni dopo il film dei Taviani

Gavino Ledda

ROMA. Sarà presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma – dove debutterà anche il nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani – il documentario “Dalla quercia alla palma”, emozionante backstage di “Padre padrone”, il film che rilanciava la parabola letteraria e umana di Gavino Ledda, autore del libro-fenomeno al quale i Taviani si erano liberamente ispirati. L’appuntamento è alla Casa del Cinema di Roma dove, nella sezione Riflessi del Cinefest, sarà proiettato il film di Sergio Naitza, prodotto da Karel Film and Video production di Cagliari, con la collaborazione della sede regionale Rai per la Sardegna e della Società Umanitaria – Cineteca sarda e il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission.
L’annuncio è stato dato ieri nel corso della conferenza stampa di presentazione della XII edizione della Festa del Cinema di Roma. Realizzato con la partecipazione di Paolo e Vittorio Taviani, Omero Antonutti, Saverio Marconi, Gavino Ledda, Nanni Moretti, e con le comparse che parteciparono al film, il documentario riporta i protagonisti nei luoghi del set, nella Sardegna forte e aspra della campagna di Cargeghe: Omero Antonutti (era il padre padrone) e Saverio Marconi (era il Gavino Ledda adulto) ritrovano luoghi, ambienti e le numerose comparse sarde attraverso storie, aneddoti e curiosità; ai registi Paolo e Vittorio Taviani, il compito di aprire il baule dei loro ricordi.
Filo conduttore delle tante voci – fra le altre quella di Nanni Moretti che, giovanissimo, ricoprì in quel film un piccolo ruolo – sarà lo scrittore Gavino Ledda. Il documentario “Dalla quercia alla palma. I 40 anni di Padre padrone”, con immagini di Luca Melis e il montaggio di Davide Melis, vuole ricostruire non solo il set, mostrando come sono cambiati, trasformati o rimasti uguali i luoghi delle riprese ma anche indagare, quarant’anni dopo, sulla forza del film, il suo valore metaforico di emancipazione da una condizione di solitudine e analfabetismo, sulla polemica che nacque in Sardegna. “Padre padrone” di Paolo e Vittorio Taviani vinse quarant’anni fa la Palma d’oro al festival di Cannes (e il premio Fipresci della critica internazionale). Un verdetto a sorpresa, voluto con intelligente lungimiranza dal presidente della giuria Roberto Rossellini.

(http://www.lanuovasardegna.it, mercoledì 11 ottobre 2017 )


A più di 40 anni da “Padre Padrone”, è un altro, inaspettato, Gavino Ledda

di Daniele Madau

Gavino Ledda

Classico è un classico, perché corrisponde a tutte le definizioni che di “classico” si sono date; ma c’è dell’altro: ha segnato profondamente il suo autore e i suoi lettori, una terra, un’epoca. Ha creato dibattiti, anche aspri, e tanti sostenitori quanti avversari, come solo un fenomeno imprescindibile e rilevante può fare. Non basta: ha interessato diverse arti, perché è anche diventato un film acclamato e un’espressione ormai entrata a far parte della lingua. “Padre Padrone” è sedimentato ormai nella nostra memoria, in quella della letteratura e del cinema italiano e mondiale e, nell’aspetto più interessante, ha rappresentato quel momento di passaggio della Sardegna da una realtà ancora intrisa di segni e detriti del passato, alla mutevole, ambigua modernità.

Nonostante Gavino Ledda abbia scritto da uomo ormai rinato e riscattato dalla condizione di pastore analfabeta, per noi il testo fu uno shock. Perché? E’ una domanda talmente complessa che, se ci fosse risposta, non potrebbe essere riassunta qui. Pensiamo solo, si parva licet componere magnis, per usare le parole di Virgilio (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), a come reagiamo quando, da qualsivoglia fonte, scaturisce una offesa o un luogo comune contro noi sardi: con un istinto di difesa e reazione.
Per me, che l’ho letto solo da poco – ed è una colpa –, quel libro è stato soprattutto un grande esempio di riscatto attraverso la cultura, quindi una vicenda che si rende meravigliosamente universale e, di fatto, attuale.
“Ne avrebbe maggiormente bisogno la società di oggi, di quel suo messaggio di riscatto”, chiosa Gavino, ma questa affermazione è una pietra tombale alla parte dell’intervista dedicata al suo più famoso romanzo, che lui indica, in maniera forte e inappellabile, come scritto in “una lingua morta”. Il senso di questa espressione, lo capirò subito dopo.
La sua urgenza, infatti, è un’altra: come chiuse, con la stesura del romanzo, una parte della sua vita per poi rinascere, ora ne sta vivendo un’altra, caratterizzata dalla ricerca di una nuova lingua, definita “pluridimensionale e pluripatente (che, cioè, è aperta e disponibile, secondo il latino pateo)”, basata sui fondamenti della scienza e del metodo scientifico
Gavino Ledda ha una cultura vasta, lo si sente dai rimandi, dalle citazioni, dai ragionamenti che fa; è forse superfluo ricordare che da illetterato è diventato assistente universitario, dopo la laurea nello studio delle lingue antiche, la glottologia.
Questa urgenza, però, è ugualmente sorprendente: all’inizio provo a tornare su Padre Padrone, poi, però, mi sembra giusto dare spazio a questa nuova avventura di Gavino (mi ha chiesto lui di dargli del tu...), che sento totalizzante per la sua persona, così come sembra voler abbracciare l’universo e la natura intera, perché, da glottologo, ricerca una lingua della natura.
E’ difficile da spiegare, anche perché lo svelamento dei suoi particolari e segreti viene riservato agli amici, agli intimi o coloro che desiderano diventarne studenti, o meglio, sembra, discepoli.
In effetti, da come Gavino parla, sembra si tratti quasi di un percorso iniziatico o esoterico, come lo erano quelli di Pitagora o Aristotele (i suoi scritti esoterici, lontani dall’essere magici, erano quelli riservati ai suoi soli discepoli) o, ancora meglio, sembra rimandare a Giordano Bruno o Spinoza, perché ha come centro la natura e un linguaggio che sia insieme naturale e universale: un percorso che interessi tutta la persona, la sua cultura – la mente - e il suo spirito.
Lo studio di questa nuova lingua nesce, però, dopo la scoperta degli scritti di Bohr, Einstein, Galileo e quindi della scienza moderna: è, perciò, una parola non più, e non solo, letteraria ma anche scientifica o, come dice il suo ideatore, elettromagnetica; come nel Rinascimento, quindi, si torna a indagare quei legami non svelati tra tutti gli aspetti della natura.
Di più, però, non posso scrivere: se nascerà un interesse, o una passione, Gavino aspetta i suoi studenti, è uno dei suoi progetti. Grazie all’associazione Eurena – “Europa” nella nuova lingua – ha tante missioni: tra esse, salvare dalla decadenza o dalla distruzione i luoghi di “Padre Padrone”, rendendo così immortale quell’inchiostro e ciò che ha descritto, creando un parco culturale; soprattutto, però, per continuare nella sua nuova vita, quella di creare una scuola, a cui lasciare tutte le sue scoperte e il suo bagaglio di vita. Per sostenerli esiste il suo sito, www.gavinoledda.it.
Tra i motivi che mi hanno suscitato il desiderio di intervistarlo, c’è anche la ricorrenza, in questo 2017, del quarantesimo anniversario del film dei fratelli Taviani, Palma d’Oro al Festival di Cannes, che ha dato risonanza mondiale al romanzo – scritto nel 1975 per la collana “Franchi Narratori” di Feltrinelli -, deflagrato con tutta la sua carica esplosiva nei luoghi sacri della letteratura italiana.
Eppure, nonostante il sigillo al film di Martin Scorsese, che affermò di averlo visto due volte, nonostante il film stesso sia stato categorizzato nel neorealismo, sancendo, quindi, ormai, il passaggio definitivo della vicenda da realtà a cinema, attraverso la letteratura, il dibattito fu grande.
Non ci vogliamo soffermare, però, molto sulla pellicola, già altro rispetto alla storia intima e personale del narratore; abbiamo parlato tanto, e ciò che Gavino mi lascia è il suo desiderio di umanità e confronto, e la sua, spontanea, amicizia: qualcosa di comune in noi sardi? Chissà. Sicuramente la Sardegna, in uno dei suoi centri più piccoli e poco conosciuti, Siligo, ha generato due grandi persone, cosa a cui dovremmo pensare quando riflettiamo sulla scomparsa dei piccoli centri. Chiedo, infatti, che tipo di rapporti ha avuto con Maria Carta; purtroppo, però, mi dice non averne avuto di nessun tipo, a causa della diverse carriere e scelte di vita. Cosa sarebbe potuto nascere dal loro incontro? Chissà.
Siligo, con la letteratura, il cinema, la musica: da un luogo remoto al mondo; da un luogo remoto addirittura a una nuova lingua, pensata da chi, con la cultura, ha saputo, più volte nella vita, rinascere.

(http://tramasdeamistade.org, Daniele Madau , sabato 26 agosto 2017 )


corriere della sera

(Gazzetta di Parma, Patrizia Ginepri, venerdì 8 gennaio 2016 )