L’orto botanico di Gavino Ledda: “Comaschi, è vostro”

Le sue piante? Querce da sughero, lecci, corbezzoli, lentischi, ginepri e pini marittimi. Un libro, la storia vivente della natura sarda. E lui, nell’anno di Expo, vuole donarlo alla comunità lariana. «A patto che se ne curi», dice.
«Io mi sento l’erede di Plinio il Vecchio, l’erudito di origine comasca che morì per la scienza e con la sua Naturalis historia ha proseguito uno studio di conoscenza della natura partito già con il poeta Empedocle. E mi sento anche l’erede di Lucrezio, il poeta del De rerum natura».
Così nel 2012 parlò nella Sala Benzi del liceo classico “Alessandro Volta” di Como l’autore del romanzo Padre padrone Gavino Ledda, classe 1938. Storia di un bambino di 6 anni che viene costretto dopo pochi giorni di scuola – era il 1944 – ad abbandonare l’istruzione per aiutare il padre a governare il gregge nei pascoli di Baddhevrùstana. Sarà il reclutamento nell’esercito a 21 anni a permettergli di fuggire.
Lo scrittore sardo, dopo il successo planetario del libro e del film che i fratelli Taviani ne trassero (non convincendolo del tutto) nel 1977, vincendo la Palma d’Oro al festival di Cannes, ha vissuto altri calvari: oltre vent’anni di crisi artistica ed esistenziale, un tunnel da cui è uscito conquistando una parola poetica del tutto nuova, che adesso sta riversando in una trilogia di romanzi e in una fiaba.
Una storia letteralmente “da romanzo” quella di Gavino, pastore analfabeta per 15 anni. Schiavo del padre Abramo. Una vita unica, tutta in salita, che con la maggiore età ha ripreso in mano con gli studi. In meno di 10 anni ha potuto prendere il diploma e poi la laurea, in Glottologia (1968), lui che era partito analfabeta. E si è ritrovato assistente di linguistica sarda e filologia romanza all’Università di Cagliari: mai successo nella storia. Ma non condivideva le regole del mondo accademico («Non mi permetteva di esprimermi come artista»), e così se ne è andato.
E adesso dona a Como il suo orto botanico, realizzato impiegando i proventi del successo di Padre padrone: un appezzamento di quasi 6 ettari di terreno a pochi minuti da Siligo, il suo paese. In tutto circa 5.000 essenze autoctone, per documentare tutte le varietà di piante tipiche della Sardegna. Anni fa si era battuto perché il paese non fosse invaso da cave abusive di silicio. Ricevendo fucilate a pallettoni sulla porta di casa.
Poche settimane fa in un’intervista al domenicale del “Corriere della Sera” La Lettura, Ledda aveva lanciato un appello per salvare la casa paterna di Siligo e trasformarla in scuola e centro culturale. In tutto servono circa 200mila euro. E poi c’è come detto l’orto botanico, comprato nel 1978. «Curo ancora tutto io con l’aiuto di un compaesano», dice Gavino, che percepisce dallo Stato un vitalizio ai sensi della Legge Bacchelli. «Credo sia un unicum per estensione e spirito, questo orto botanico che prima era un appezzamento coltivato a grano. Per me è stato ed è tuttora un libro. Connesso alla terra. Per i primi anni è stata dura. Adesso c’è bisogno di qualcuno che se ne occupi, serve ad esempio un botanico che inventari le essenze. Comaschi, aiutatemi, in attesa che il nuovo Gavino torni a scrivere con la parola nuova che gli ha insegnato la natura. Sto preparando una trilogia in cui racconterò tutto il mio travaglio esistenziale nello scontro con le lingue ufficiali. Io sono stato marchiato a fuoco dalla natura, che parla attraverso di me senza bisogno di alfabeto».
(Lorenzo Morandotti, Corriere di Como, mercoledì 24 giugno 2015)